"Terra Ambrosiana"
Anno XLVI – Gennaio Febbraio 2005  di Giovanni Morale e Annamaria Braccini

L’Adorazione del Bramantino , un enigma milanese è già nel titolo- esemplificativo delle sue ragioni e del percorso intellettuale di cui intende rendere conto – uno studio di livello “alto” che , come non capita spesso per tali pubblicazioni, riesce a suscitare immediatamente un desiderio, quasi vorace, di lettura.
E, forse non poteva che essere così; infatti “l’enigma” c’è e la brillante scrittura di Giovanni Morale autore appassionato, bocconiano “ prestato” alle discipline della storia dell’arte e della cristianità dell’iconologia come della Sacra Scrittura, crea una sorta di “suspence” indagativi che molto giova all’ermeneutica di questo capolavoro piccolo ( ma solo nelle dimensioni<9 del Lombardo Bartolomeo Suardi. Pittore che , nato a Milano intorno al 1465 e morto sempre in città nel 1530, fu detto appunto il Bramantino per la sua dipendenza dagli stilemi del grande Bramante. Un artista rimasto”per secoli in una relativa oscurità” per alcune incertezze sulla sua biografia create anche dal Vasari, ma cui il mistero è , però, indubbiamente, ascrivibile in primis a una produzione artistica quantitativamente piuttosto modesta – circa quindici le opere a lui attribuite con certezza – e , soprattutto, alle difficoltà d’interpretazione iconografica di taluni manufatti. Basti pensare alle problematiche esegetiche legate alla Madonna con il Bambino tra S?Ambrogio e San Michele dell’Ambrosiana , come appunto a quelle relative alla tavola di questa “Adorazione dei Magi –a prima vista un quadrato perfetto, ma che misura in realtà, 60,6 centimetri x 57,9 – databile intorno al 1504 e conservata da quasi un secolo a Londra presso la National Gallery, già analizzata negli anni Cinquanta da William Suida, nel Settanta da Germano Maluzzani e recentemente riconsiderata nel 1999, da Rodolfo Papa. 
Un incessante ricercare della critica – questo – che rende conto del fascino del Bramantino che in quest’opera, parte quasi lanciare, attraverso i secolo, un messaggio cifrato che spetta alla modernità, decriptare, proponendosi davvero a pieno titolo come quell’ermetico lombardo” della definizione del critico Gian Alberto dell’Acqua. 
Tanto che l’Adorazione, la cui storia viene delineata nel volume, ipotizzando una sua committenza privata e per suo uso domestico, “si presta* come è stato dettoad un itinerario singolare, permettendo di affrontare temi e di attraversare eventi storici di epoche diverse: la struttura prospettica , il significato teologico della luce, la storia della Milano Leonardesca, il riferimento alla Scrittura e alla liturgia. 
E proprio la tradizione ambrosiana e il suo rito, dalle tante influenze orientali, sembrano essere nella ricostruzione di Morale , la chiave per aprire la stanza delle meraviglie della simbologia bramantinesca del dipinto. Un olio su tavola di pioppo dai colori suggestivi, e giocati in contrasti, ora più tenui, alleggeriti, come sono, da una luce sapiente e da ombre studiate , ora più decisivi nelle diversità cromatiche dei rossi e degli azzurri chiari e, insieme profondi. 
Insomma una tavola magnifica e secondo quanto ben si conviene in tutti i tempi alla vera bellezza, piena di significati reconditi, dove ciascuno superando la rigidità di un certo “immanentismo, della fruizione artistica, può ritrovare risonanze personalissime, in un “crescendo di scoperta” che ha però un punto fermo e ancoraggio sicuro nella liturgia ambrosiana, ma sarebbe meglio dire più propriamente santambrosiana, riferibile cioè al Santo patrono di Milano. E, qui, la scoperta diviene vero “coup de thèatre”: nel rimando alla splendida Capsella di San Nazaro (oggi al Museo Diocesano) quale richiamo simbolico unificante e indubitabile “filo rosso” che collega Bramantino direttamente a sant’Ambrogio. 
Come di una sorta di dislevamento l’Adorazione, allora “si rivela”: intimamente e didascalicamente legata al modo ambrosiano di leggere l’epifania(…), come evento concreto ed emblematico. Non a caso, le sessantasette pagine dello studio spiegano perché la luce che taglia diagonalmente il quadro non può essere naturale. Forse perché , come scrive Franco Bruni nelle pagine iniziali del saggio, pubblicato, con un notevole apparato fotografico, da Electa per KallisteArte – l’Associazione Onlus che si propone meritoriamente di riscoprire e valorizzare l’arte attraverso la comprensione dei suoi simboli- astronomicamente impossibile è la luce trascendente di tutte le Epifanie.

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